L'Opera di protezione civile nella Sicilia occidentale colpita dal terremoto

23.01.2018

Le operazioni di soccorso

Dalla documentazione della nostra ricerca, si rendono evidenti le difficoltà di intervento ed il dramma dei senza-tetto (Fonte: Quaderno di Protezione Civile - L'OPERA DI PROTEZIONE CIVILE NELLA SICILIA COLPITA DAL TERREMOTO 14 gennaio - 31 marzo 1968).

14 gennaio - 31 marzo 1968 Il Belice fu colpito da un forte sisma nella notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968. Tra i 14 centri colpiti dal sisma vi furono paesi che rimasero completamente distrutti: Gibellina, Poggioreale, Salaparuta, Montevago. Le vittime furono 370, un migliaio i feriti e circa 70 000 i senzatetto. Si ricordano gli altri paesi e cittadine che hanno subito danni ingenti: Menfi, Partanna, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Sciacca, Santa Ninfa, Salemi, Vita, Calatafimi, Santa Margherita di Belice. Curioso annotare che nel manuale di psicologia dell'emergenza* utilizzato per la formazione della Protezione Civile, nell'elenco delle catastrofi che hanno colpito l'Italia, si faccia riferimento financo al terremoto che distrusse Messina nel 1905 ma non al terremoto del Belice del 1968. Anche in un manuale di sociologia del lavoro e dell'organizzazione**, nel capitolo curato da un docente della scuola di guerra dell'Esercito di Civitavecchia, si fa riferimento all'impiego dell'esercito nel terremoto che colpì l'Irpinia del 1980 ma non all'intervento del medesimo nel Belice, che pure ci fu e pesante. 

Nel 1968 non risultava esserci alcuna struttura adibita al soccorso alle popolazioni: l'Esercito fu incaricato, per legge, di compiti di protezione civile in caso di pubbliche calamità nel 1978 e la Protezione Civile verrà istituita nel 1992 su un'idea di Giuseppe Zamberletti, commissario straordinario durante il terremoto del Friuli nel 1978.Una vicenda, quella del Belice, in cui i protagonisti denunciano ancora oggi l'assenza dello Stato e la forte militarizzazione del territorio. E questo si ripeterà, d'emergenza in emergenza, fino all'esperienza abruzzese. Altra similitudine con L'Aquila è il modello di ricostruzione: la ricostruzione non avvenne attraverso una relazione con gli enti locali e con una partecipazione del territorio ma attraverso direttive provenienti dall'esterno. 


"Alle ore 2,40 la Prefettura di Trapani diede notizie di una forte scossa tellurica nella Valle del Belice, verificatasi verso le ore 2,30", si legge nella relazione dell'ingegnere Fabio Rosati, Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma. "Successivamente il Comando VV.F. di Palermo comunicava di aver avvertito una nuova scossa verso le ore 3,02. Si trattava questa volta della scossa distruttiva, che aveva coinvolto vari centri della Provincia di Trapani e Agrigento". "L'Ispettore Generale, già sul posto, portò a termine una rapidissima ricognizione ed alle ore 4,10 potè dare, dalla Caserma dei Carabinieri di Castelvetrano, la prima comunicazione che metteva in rilievo la gravità del disastro e l'elevatissimo numero delle vittime umane. Da questo momento venne allarmato l'intero dispositivo di emergenza e messo in atto il piano generale di soccorso", prosegue il resoconto." A fronte alle notizie del sisma che cominciarono a pervenire alla Direzione Generale fra le ore 3 e le 4 del mattino del 15 gennaio, verso le ore 9 dello stesso mattino, la Colonna Mobile Centrale iniziava le operazioni di imbarco a Civitavecchia, la Colonna Mobile della 6 Zona iniziava le operazioni di imbarco nel porto di Napoli ed i primi aerei decollavano dall'aeroporto di Ciampino, mentre i reparti che dovevano raggiungere la zona per via ordinaria erano già in marcia", scrive l'ingegner Rosati. "A meno di 24 ore di distanza tutte le forze mobilitate dal Continente erano sbarcate in Sicilia ed il giorno 16, nelle prime ore del pomeriggio, erano già in gran parte in zona di operazione ed in attività". In merito alle difficoltà logistiche, l'Ing. Rosati sostiene che "nessun sostanziale ritardo si è verificato rispetto ai tempi previsti anche se non poche sono state le difficoltà incontrate nelle operazioni di imbarco e di sbarco, nel reperimento dei mezzi necessari e nel superamento degli inevitabili imprevisti collegati al movimento di circa duemila uomini e di molte centinaia di automezzi". Analizza poi le possibili soluzioni per garantire un intervento più tempestivo nelle isole, riducendo il tempo necessario da 24 a 12 ore. Ulteriori difficoltà nei soccorsi furono registrate a causa delle caratteristiche geografiche del territorio. "L'estremo decentramento periferico delle zone colpite dal terremoto ha posto fin dall'inizio problemi estremamente impegnativi all'organizzazione dell'intervento e dei soccorsi, problemi aggravati dalla difficile situazione della viabilità (strade tortuose e in parte investite dalle frane causate dal sisma)", scrive l'ingegnere Riccardo Sorrentino, Ispettore Generale dell'VIII° Zona di Protezione Civile. "Per fortuna, le scosse di terremoto verificatesi nel pomeriggio del giorno 14 gennaio non avevano ancora determinato danni gravi, ma erano servite di tempestivo allarme mettendo subito in moto la macchina dei soccorsi. Ciò infatti ha consentito che, alle ore 15 circa del giorno successivo, al momento cioè delle scosse distruttive, si trovassero già sul posto alcune squadre di Vigili del Fuoco dei Comandi locali, mentre erano in arrivo i reparti provenienti da zone più lontane costituenti la Colonna Mobile di Zona". Dopo le scosse più violente il quadro della situazione (...) era altamente drammatico. I paesi colpiti erano inaccessibili, tutte le strade erano invase dalle macerie. Nella notte fonda e con tempo freddo umido e nevoso, i superstiti, in parte feriti, vecchi e bambini, affollavano ammutoliti le strade all'imbocco dei paesi", scrive Sorrentino. "Salaparuta e Poggioreale, dove squadre di vigili trovavansi sul posto al sopraggiungere della scossa disastrosa, erano completamente tagliati fuori nè era possibile ricevere da quei luoghi notizia alcuna. Ogni squadra doveva perciò agire in maniera autonoma operando di propria iniziativa e cercando di porre in salvo più persone possibile. Molti atti di puro eroismo sono stati compiuti in quelle prime ore dai pochi vigili, che moltiplicavano le loro energie operando sotto la minaccia dei crolli, mentre altre scosse si susseguivano con frequenza". "Migliaia di vecchi, bambini e feriti venivano trasportati dai vigili a Castelvetrano con tutti i mezzi utilizzabili, mediante un numero incalcolabile di viaggi". Il documento riporta i risultati conseguiti nelle operazioni dei Vigili del Fuoco nei vari settori operativi: Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, Santa Ninfa, Partanna, Salemi-Vita-Calatafimi, Montevago, Santa Margherita Belice e Menfi, a cui si aggiungono le attività di perlustrazione e soccorso nelle campagne e l'attività svolta dal comando di Palermo.

Fin qui il rapporto dei Vigili del Fuoco, che pagarono un altissimo tributo di sangue durante una delle più forti scosse successive al 15 gennaio, ovvero quella del 25 Gennaio. A Gibellina, la nuova scossa fece cadere fragili mura perimetrali, che avevano resistito al terremoto del 15 gennaio ma ne erano state danneggiate.

Sono numerose le testimonianze che riferiscono di enormi ritardi nell'intervento dello Stato nel dopo-terremoto e, su questo punto, la Commissione Parlamentare di inchiesta dell'VIII° legislatura sottolinea la mancanza di una adeguata organizzazione del sistema di Protezione Civile.

Dalla lettura delle numerose testimonianze giornalistiche e documentali emerge, dunque, una grave approssimazione legata soprattutto al frazionamento delle competenze e all'assenza di una autorità unica che si preoccupasse di sovrintendere le operazioni di soccorso e l'organizzazione delle tendopoli.

Terremoto del Belìce 1968 

Nel mese di gennaio del 1968 ebbe inizio in Sicilia occidentale un lungo periodo sismico che terminò nel mese di febbraio del 1969, caratterizzato da numerose scosse, le più forti delle quali si verificarono tra il 14 ed il 25 gennaio 1968.

Il 14 gennaio 1968 furono avvertite le prime scosse: tremò tutta la Sicilia occidentale, non si registrarono crolli ma la gente fu presa dal panico e decise, fortunatamente, di dormire all'aperto, avvolta in coperte o in macchina, sulle piazze dei paesi o in aperta campagna. In piena notte, infatti, si verificò una scossa violentissima che colpì la Valle del Belice, dove subirono danni gravissimi Gibellina, Salaparuta, S. Ninfa, Montevago, Partanna, Poggioreale e Santa Margherita Belice, compresi nei territori delle province di Trapani ed Agrigento che, all'epoca del terremoto, non erano classificati sismici. Il 90% del patrimonio edilizio rurale subì danni irreparabili, con gravi ripercussioni sull'economia quasi esclusivamente agricola dell'area. Sulla gravità del danno pesarono le caratteristiche costruttive e la vetustà degli edifici, realizzati in pietra squadrata con insufficiente malta cementizia, assenza di collegamenti tra le parti strutturali e fondazioni inadeguate.

Data: 15 gennaio 1968, ore 3
Magnitudo: 6.1 (Maw)
Intensità epicentrale: X grado (MCS)
Vittime: 296 

La mattina alle ore 10.52 del 25 gennaio 1968, quando i paesi del Belìce erano già distrutti, la terra tremò con forza, ancora una volta una replica inaspettata, dell'VIII grado MCS, travolse una squadra di soccorritori all'opera tra le macerie, provocando la morte di quattro vigili del fuoco e un carabiniere impegnati nelle operazioni di soccorso persero la vita. 

I vigili Alessio Mauceri, 53 anni, Giovanni Nuccio, 28 anni, Savio Semprini, 30 anni, Giovanni Carturan, appena ventenne, e il carabiniere Nicolò Cannella, anche lui ventenne, morirono su quelle stesse macerie su cui avevano salvato vite, estratto corpi, recuperato oggetti d'arte e sgomberato strade. 

A Gibellina, la nuova scossa fece cadere fragili mura perimetrali, che avevano resistito al terremoto del 15 gennaio ma ne erano state danneggiate. 

La scossa provocò inoltre danni a Sciacca ed a Palermo, dove si svuotarono le scuole, gli uffici, le abitazioni e si tornò a dormire all'aperto.